Una freelance alla conquista di New York – Intervista con Linda de Luca

Una freelance alla conquista di New York – Intervista con Linda de Luca

Una freelance alla conquista di New York – Intervista con Linda de Luca

Linda lavora come traduttrice e interprete freelance a New York da diversi anni. Le abbiamo fatto qualche domanda per capire quali sono le opportunità, e le sfide, per un libero professionista nella Grande Mela.

Quali sono i vantaggi di lavorare a NY e in generale negli Stati Uniti per un freelance? 

 Non credo di poter giudicare il resto degli Stati Uniti, ma di sicuro il vantaggio di lavorare a NY è l’incredibile offerta. Nonostante anche la domanda sia altissima, la presenza di aziende, agenzie, istituti è così elevata che con una buona attività di ricerca e pubblicità, si può trovare veramente moltissimo lavoro. Oltre, poi, alla flessibilità di orari e gestione del proprio tempo, proprio grazie all’importante offerta, non si rischia di perdere una collaborazione se per un periodo di tempo non si offre la propria disponibilità. Un altro vantaggio è poi quello di avere la possibilità di lavorare con aziende di altissimo livello o personalità importanti senza avere necessariamente un nome altrettanto altisonante nel proprio ambiente. Sapersi muovere negli ambiti giusti è fondamentale. Il networking è quasi uno stile di vita!

Quali sono gli svantaggi e le difficoltà rispetto all’Italia? 

Una difficoltà è sicuramente avere sempre la forza di sgomitare e farsi largo in un mondo lavorativo davvero spietato e super concorrenziale. In una città dove tutto gira intorno al dio denaro e le possibilità sono infinite, può talvolta essere difficile gestire tutti gli impegni, selezionare i clienti e saper rifiutare certi lavori meno redditizi o costruttivi. La conseguenza di ciò è infatti essere risucchiati nella spirale del lavoro che occupa, oltre alla canonica settimana lavorativa, anche i fine settimana, rimanendo così a corto di tempo libero e di una vita sociale. Da freelancer, trovare un equilibrio tra lavoro e tempo libero è forse la maggiore difficoltà.

Come hai iniziato a crearti il tuo giro di clienti?

Dopo un paio di corsi di specializzazione, ho iniziato a contattare le agenzie. Anche qui l’agenzia rimane il modo più veloce e immediato per iniziare a lavorare. Credo di non aver mai mandato un curriculum, perché ormai è decaduta la sua utilità. Ho aggiornato la mia pagina LInkedIn, e cercato gruppi di lavoro nel mio ambito di traduzione e interpretariato. É inoltre fondamentale, come dicevo prima, il networking, quindi ho cercato, tramite amici e online, gruppi di italiani che organizzassero eventi sia appunto per networking che per piacere (aperitivi, gite fuori porta, ecc.) e ho allargato la mia cerchia di conoscenze. Quasi un secondo lavoro.

Se dovessi cominciare da capo negli Stati Uniti, con quello che sai adesso, cosa faresti di diverso?

Poco, a dire la verità. Forse, con la consapevolezza di avere comunque anni di esperienza alle spalle, mi sarei proposta con tariffe più alte da subito. Avrei probabilmente fatto più corsi di specializzazione online, sacrificando qualche ora di traduzione non particolarmente proficua. In ultimo, ma forse più importante, avrei aumentato l’attività di networking. Vedere una persona lavorativamente interessante per un caffè (persino nei bar si respira aria di lavoro) è più utile che spendere ore al computer a crearsi un biglietto da visita o un sito.

Quali sono le principali differenze tra il mercato americano e quello italiano che possono interessare a un freelance? 

 Trovo il mercato americano estremamente più dinamico. Spesso in Italia, una volta creatosi il giro che funziona, si tende a “sedersi”. Un po’ sulla scia del “se funziona così, perché cambiare?”. Qui invece, si tratta quasi di sfida personale, una crescita obbligata che stimola a cercare sempre qualcosa di nuovo, che si traduce per un freelancer, nell’esplorazione di nuovi settori, prendersi una pausa da ciò che si è fatto finora e cambiare direzione per scoprire se altrove si può trovare di meglio, guadagnare di più, imparare. Non si giudica negativamente il prendersi un rischio, anzi.
Un’altra differenza che noto è il coraggio nell’imporre le proprie condizioni. E questo è possibile, ricollegandomi alla prima domanda sull’offerta, proprio grazie alla possibilità di trovare lavoro altrove. “O mi fai lavorare almeno 6 ore oggi, o non chiamarmi nemmeno”, oppure “questa è la mia tariffa oraria. Se non va bene, sarà per la prossima volta”. L’approccio può sembrare quasi troppo aggressivo per gli standard italiani e la paura di perdere il cliente. Ma qui è perfettamente normale, anzi fa ottimizzare tempo e, nel lungo termine, migliorare le entrate. Il tempo è letteralmente denaro.

Che consiglio daresti a chi desidera andare a lavorare come freelance negli Stati Uniti?

Supponendo che abbia un visto lavorativo (tasto abbastanza dolente per i libri professionisti negli USA), il mio consiglio è buttarsi a capofitto nel networking. Contattare persone via LinkedIn nei gruppi dedicati alla professione, crearsi un piano di lavoro, e se intende svolgere più di un’attività, stabilire almeno approssimativamente, quanto tempo dedicare a ciascuna di esse. Ci dovrebbe essere anche una base di partenza economica abbastanza solida, in modo da potersi dedicare alla formazione almeno in una prima fase. Il costo della vita qui è molto alto, specialmente nelle grandi città, quindi serve avere le spalle coperte. Consiglio anche di capire da subito come gestire a livello commerciale, l’attività. Fatturazione e dichiarazione dei redditi sono relativamente semplici, ma è buona norma conoscere per sapersi muovere.
In ultimo, consiglio di non scoraggiarsi se una porta non si apre, perché con un po’ di determinazione, si aprirà un portone!

 

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