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Lorenzo Paoli
Il Coach delle Abitudini
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L’arte di fare silenzio (nella mente)
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Gaia racconta del suo nuovo ristorante, appena aperto, in una zona leggermente fuori dal centro città ma, come spiega anche lei, molto trafficata: “vicino c’è l’ospedale principale, una università e molti uffici. Inoltre, anche se non siamo in centro, questa parte della città conta comunque una buona percentuale della popolazione. I nostri prodotti sono genuini e i piatti fatti tutti al momento. Vogliamo diventare il punto di riferimento di questo quartiere e oltre.” Dopo un anno e mezzo, il ristorante è chiuso.

Riccardo è responsabile di un team di project manager per una divisione di oftalmologia di una casa farmaceutica. “Do tutto ai miei collaboratori e mi aspetto altrettanto, ma non avviene. Il team è sempre più demotivato, anche se i ritmi che, ovviamente, bisogna imporre, sono alti. Lavorano, non è quello, però i conflitti sono sempre più frequenti e vedo che ultimamente non facciamo più innovazione. Seguiamo semplicemente la corrente, cercando di raggiungere i risultati che l’azienda ci chiede.”

Roberto saluta Marta, il suo capo, “che accenna un saluto sorridergli e non gli presta attenzione. Roberto all’inizio si allarma, poi si arrabbia: “dopo tutti questi anni, mi tratta come se fossi un signor nessuno!” Roberto non consegnerà il report come voleva Marta, e si sfogherà con i colleghi in un momento di pausa.

Migliaia di esempi del genere accadono ogni giorno nelle aziende, nelle case, tra amici, colleghi, famigliari. Cosa li lega fra di loro?

Il filo conduttore è la nostra tendenza a giudicare, vale a dire a categorizzare quello che vediamo nel mondo secondo le nostre esperienze precedenti, convinzioni e generalizzazioni.

Quest’ultima parola, “generalizzazione” è particolarmente importante, perché mentre ci serve per potere automatizzare molti comportamenti (è una chiave che non ho mai visto, ma probabilmente funzionerà come tutte le altre chiavi), non ci permette di guardare alla reale complessità del mondo. Il giudizio spegne l’ascolto, l’osservazione, chiude la mente, rafforza pregiudizi già esistenti. L’imprenditore entusiasta del suo prodotto, non vedrà difetti evidenti o li tratterà come piccole anomalie poco influenti. Il team manager “darà tutto”, pensando che è quello che vuole il suo team, senza veramente chiedere e conoscerli. Dare tutto va bene, ma è come regalare una fiorentina a un vegetariano. Dopo un po’ non si apprezza neanche più il gesto, perché la persona si chiede: “ma non mi conosci?” Marta quella mattina è arrivata con un brutto mal di testa, ma Riccardo ha già giudicato il suo “non saluto” come una mancanza di rispetto nei suoi confronti.

Il giudizio crea moltissimi danni nelle relazioni, nel business, nella nostra vita, perché cerchiamo di categorizzare quello che è troppo complesso per essere messo in una scatola.

Molti problemi sarebbero risolti se imparassimo a fare silenzio nella nostra mente, vale a dire ad osservare con piena consapevolezza quello che sta accadendo e, quando non riusciamo a coglierne il significato, esplorarlo, invece di esporci con un veloce e quanto mai fallace giudizio.

Nelle arti marziali questa pratica si chiama Mokuso, fare silenzio nella mente, per potere praticare senza difetti. Oppure possiamo chiamarla mindfulness, l’arte di essere presenti e di guardare la realtà per quella che è.

I principi sono molteplici, ne riassumo alcuni che possono diventare un piccolo “vademecum” per quando ci troviamo in situazioni nuove e siamo tentati di giudicare:

Osserviamo la realtà con piena presenza mentale, descrivendola e non interpretandola. Riccardo dovrebbe dire “Marta oggi mi ha appena salutato, senza sorridere” e non “Marta mi ha mancato di rispetto.” Questa è un’interpretazione. Descriviamo la realtà con un linguaggio preciso, come se dovessimo descrivere un quadro ad un pittore che deve copiarlo, ma che non può vederlo. “Un bellissimo quadro di una casa in campagna” non funzionerebbe.
Accettiamo la realtà – il che non vuole dire rassegnarsi, semplicemente essere consapevoli che è così. Noi possiamo agire solamente quando accettiamo la nostra condizione – prima siamo bloccati dal vittimismo, dal sentirci trattati ingiustamente. Ci lamentiamo, piangiamo, e non facciamo nulla. Quando fuori piove, apriamo l’ombrello, vale a dire che accettiamo la pioggia – anche se non ne siamo contenti – e andiamo avanti con la nostra vita. Oggi c’è più disoccupazione ed è più difficile trovare lavoro: accetta questa realtà e prendi i dovuti provvedimenti. Il progetto non è andato come doveva: invece di giustificarsi, impariamo e cambiamo rotta.
Esploriamo la realtà non chiara. Ci possono essere moltissime situazioni in cui siamo tentati di giudicare perché non abbiamo una visione completa di quello che sta accadendo. Se non vogliamo rimanere all’oscuro, dobbiamo ascoltare e per farlo dobbiamo fare domande. Riccardo non è sicuro del perché Marta non lo ha salutato, così dovrebbe andare a chiedere: “ho visto che non mi hai salutato come al solito, tutto bene?” La cosa si sarebbe risolta in pochi minuti, anche se Marta avesse detto “sì sono arrabbiata con te perché….” Almeno adesso le cose sono chiarite. La stessa cosa per Roberto, il team leader dei project manager: invece di “dare tutto”, perché non chiedere il contributo di tutti, farli sentire parte veramente del team, ingaggiarli, renderli autonomi, chiedere il loro contributo?
Accettiamo il rischio e agiamo con risolutezza, mantenendo la mente aperta. Non possiamo sapere tutto della realtà: accettiamo il rischio di prendere una decisione senza sapere proprio tutto, ma manteniamo la presenza e il silenzio mentale di chi è in grado di assorbire nuovi stimoli dal mondo, senza giudicarli.
Quante aziende sarebbero salve se non giudicassero secondo i loro parametri e leggessero con apertura mentale ed accettazione quello che la realtà sta loro raccontando? Quanti conflitti si eviterebbero in azienda? Quanti litigi? Quanti errori basati sul “dare per scontato” qualcosa che, invece, non era per niente scontata?

Allena l’arte di fare silenzio nella tua mente. Mokuso.

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