mistake, slipping, error
Lorenzo Paoli
Il Coach delle Abitudini
Lorenzo Paoli » Blog
Sempre lo stesso errore – l’incapacità di ammettere di avere sbagliato

La nostra mente, lo sappiamo bene ormai, è un po’ angelo e un po’ diavolo – ci permette di creare grandi cose, ma poi ha sviluppato abitudini mentali che ci rendono estremamente inefficaci. Una di queste abitudini è la conservazione della nostra autostima che si traduce nella grande incapacità di ammettere di avere sbagliato o, ancora peggio, che un errore che continuiamo a commettere sia opera nostra.

Spesso le abitudini mentali ed emozionali che ci portano a tali decisioni errate rimangono sotto il nostro livello di consapevolezza e non sono immediatamente visibili. La nostra mente, con lo scopo di proteggere la nostra autostima, ci spinge a rivolgere lo sguardo al di fuori di noi – ne abbiamo sentiti molti di imprenditori che danno la colpa alla crisi per il loro fallimento, quando tanti altri, nel loro settore, sono addirittura cresciuti nello stesso periodo, sebbene l’imprenditore abbia una buona ragione anche per questo.

Questo meccanismo in-fondo-non-è-colpa-tua-sei-una-vittima-del-mondo ci tranquillizza, ma, dato che si tramuta in un’abitudine mentale persistente, è assolutamente deleteria. Dopo qualche tempo non raggiungiamo i nostri obiettivi e anzi, il team, il reparto, l’azienda, la vita intorno a noi comincia a non andare più come vorremmo e noi, in frustrata rassegnazione, continuiamo a cercare il responsabile nel posto sbagliato.

Quando arriviamo nelle aziende per aiutarle a rimettere in piedi un progetto, lavorare con un team o alcuni reparti, spesso troviamo culture avanzate, innovative, un bel clima generale e sistemi organizzativi efficaci. Quando ci addentriamo nel focus del nostro intervento, tuttavia, si riconosce spesso questa caratteristica: ci sono inefficienze, conflitti e comportamenti o flussi ormai veramente poco efficaci, ma ognuno ha una storia diversa da raccontare sul perché l’altro reparto, l’altro manager, l’altro membro del team ha causato questo. In realtà, la nostra presenza aiuta poi ad eliminare in fretta questa abitudine mentale e tutti cominciano a disegnare la realtà e non una loro storia.

Questo effetto credo sia dato prima di tutto dal fatto che i Coach che entrano in azienda sono allenati a non giudicare – pongono domande che aprono al dialogo e all’esplorazione e non buttano sul tavolo giudizi affrettati o loro interpretazioni.

Si elimina cioè il problema fondamentale di chi si trova davanti ad un errore, soprattutto quando questo è reiterato nel tempo e non riesce a entrare si sé e comprendere cosa potrà fare meglio la prossima volta: la confusione tra errore (elemento comportamentale esterno) e identità (io che commetto l’errore). Un giudizio affrettato di una persona che commette un errore è espresso solitamente come una descrizione della propria identità, che la nostra mente difende a spada tratta: “è un cattivo imprenditore,” “è un manager incapace”, “è una persona disattenta”, “è un pavido”.

Chi non riesce ad ammettere un errore in azienda, causando spesso gravi problemi quando l’errore viene scoperto per la magnitudine del suo effetto, spesso lo fa per due motivi: 1) l’azienda non è in grado di gestire gli errori, che vengono puniti e non utilizzati come momento di dialogo e miglioramento, 2) la persona vede quell’errore come minaccia alla propria identità di “bravo professionista.”

Confondere l’identità con l’errore è come sostenere che l’auto su cui viaggiamo sia da buttare perché si è bucata una gomma: stiamo affrontando il problema sbagliato.

Ecco alcuni spunti su come lavorare quando ci accorgiamo di avere commesso un errore o, se l’errore è un’abitudine mentale da tempo, quando ci accorgiamo che arriviamo spesso allo stesso risultato negativo:

Guardare la causa vera di un errore, senza cercare di assolverci – e neanche di incolparci ingiustamente – con la consapevolezza che stiamo cercando un comportamento inefficace per mantenere intatta la nostra identità e non per minarla;
Osservare il comportamento, isolandolo – non descrivendolo come parte di noi, quindi (sono un vigliacco) ma come singola azione (ho evitato di parlare alla riunione per difendere la scelta del team). In questo modo il focus non è più sulla nostra identità ma una serie di azioni che hanno portato ad un risultato inefficace.
Usare l’identità come trampolino – chiediamoci chi vogliamo essere in quel frangente. Se vogliamo essere “coraggiosi e leali”, chiediamoci quale comportamento ci permetterà di mantenere questa identità la prossima volta. In questo modo siamo coerenti con noi stessi e usiamo l’errore come allenamento alla nostra coerenza, invece che come scudo per difenderci.
Giocare con il comportamento – sperimentare nuovi comportamenti efficaci da automatizzare, partendo da un risultato desiderato. In questo modo ci estraniamo ancora di più dall’errore che prendiamo come momento di miglioramento, crescita e studio personale e ci abituiamo a cercare subito una soluzione, invece che difendere un problema.
Dare le giuste responsabilità – a volte l’errore, soprattutto in azienda, in realtà è un concatenamento di comportamenti inefficaci. La tentazione di scaricare sull’altro anche la nostra parte di responsabilità è forte. Chiediamoci “cosa avrei potuto fare meglio?” per analizzare con tranquillità il nostro contributo. Se anche altri hanno sbagliato, e lo riteniamo opportuno, diamo loro feedback, stando attenti a non colpire la loro identità, ma usando quel comportamento come trampolino per fare crescere le persone.

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